“signorina, lei è alta 175cm e pesa 39 kg”.
Scoppio a piangere.
Come era potuto accadere sotto ai miei occhi ?
Non mi pesavo da due anni, perché tanto non avrei mai accettato alcuna cifra… non era mai abbastanza.
Continuo a piangere ma una parte di me è furiosa. Mi urla “39 kg? solo questo sei riuscita a perdere? sei una perdente”. Mi asciugo le lacrime e decido di seguire un pensiero, l’unico che conosco, quello malato. E perdente sia.
Ricordo il giorno in cui mi sono ammalata. Ricordo il giorno in cui mi sono specchiata e ho detto “basta!, è ora di tornare in forma.. tutti mi dicono che si vede la cellulite, anche lui me lo dice… deve sparire.” E allora iniziai a comprare cose più sane, a buttare via le cose che potevano tentarmi, e a fare esercizio fisico. Stavo bene, finalmente la cellulite era sparita, finalmente potevo dire NO al cibo, potevo controllare quando avere fame o no. Come sono forte, pensavo. Conobbi Alessandro e iniziai a suonare, cosa potevo volere di più? Avevo tutto quello che volevo, o almeno così credevo. E invece non era così. Qualcosa in me stava cambiando. Quella dolce voce che mi sussurrava quant’ero bella, non me lo diceva più. Era diversa e un po’ più cattiva. Come se fosse stata sostituita. Mi diceva che non era abbastanza. Che potevo fare meglio, fisicamente e professionalmente. Mi faceva sentire male. Come quando mamma ti sgrida se torni a casa con un 6. E da li, finì la mia cosiddetta “luna di miele” con la malattia. Ma non avrei mai pensato a cosa sarebbe venuto dopo, a cosa sarebbe successo e a come sarei completamente cambiata. Mi aspettava la tempesta, quasi come pegno per essermi goduta tutta quella felicità. E, dopo, il buio più totale.
Sono una ragazza ammalata. Odiavo questa parola, mi sembrava così catastrofica e immensa per potermi appartenere. Potevo mai meritarmi di stare male ? assolutamente no. La usavo solo per compiacere gli altri, ma non la sentivo “mia”. Oggi, invece, la uso sempre quando parlo di me e di lei, la mia malattia, l’anoressia.
Oggi sono esattamente 12 mesi di percorso, 8 dei quali sono stata ricoverata in una struttura psichiatrica 24h su 24, dove avevo un posto letto condiviso con un altra ragazza, e i restanti di percorso giornaliero due volte a settimana. Se ci penso mi vengono i peli dritti. Quanto tempo è passato.. sono stata via da casa per quasi un anno intero…quanto sono cambiata ?
Quella mattina del 9 gennaio c’era la neve per terra. Ero in auto con tre valigie, troppe poche per contenere tutta la mia vita. Mia madre guidava e mia sorella, colei che aveva deciso di ricoverarmi, se ne stava davanti, parlando del più e del meno, mentre io non ascoltavo nessuno. Guardavo solo fuori dal finestrino, mi godevo gli ultimi istanti di “libertà”, anche se non lo era più da molto tempo. Mi continuavo a chiedere perché mi stavano portando in quel posto. IO NON SONO MALATA continuavo a ripetermi. Lasciatemi in pace.
Erano le 8 del mattino e avevo i crampi allo stomaco, quella mattina non avevo mangiato, “se entro al ricovero oggi sarà costretta a mangiare 4 volte al giorno.. io colazione non la faccio”.
Quando arrivammo al cancello della Villa improvvisamente piombammo in un silenzio gelido. Mamma continuava a guidare e mia sorella smise di parlare.
Un alieno. Ecco come mi sentivo in mezzo alle altre ragazze del Centro di ricovero. Appena entrai, una di loro mi riconobbe, e io mi vergognai tantissimo. Volevo solo essere la Valentina, non sono migliore di nessuno, anzi vorrei sparire, senza fare troppo rumore. Più mi guardavo attorno, più mi sentivo grande e spaziosa, in mezzo a tanti bicchierini di cristallo. Vedevo queste ragazze magrissime e mi sentivo fuori posto. Mi guardavo le gambe e non ci vedevo niente di strano.. erano le mie solite gambe. Non ero pronta a stare li, senza sapere quanto tempo ci avrei messo. Non ero pronta nemmeno a condividere una stanza con qualcuno, con un estranea.. ero troppo ossessionata dalla mia routine che non avrei mai accettato di condividere qualcosa con un estraneo.
Svuotai i bagagli e li feci controllare agli OSS di turno… niente lamette per depilarsi, niente pinzette, niente tinte, niente forbici, niente temperini, niente che potesse compromettere la mia sicurezza. Un angoscia mi assalii immediatamente. Ero veramente li, ma non avevo alcuna intenzione di farmi male con gli oggetti, ma ero ancora troppo malata per capire che, in un certo senso, mi ero già fatta male da sola.

Questo articolo è guidato da “Alison Wonderland – Run”