L’unica stanza libera è una singola. Tiro un respiro di sollievo, non voglio parlare con le altre ragazze. Mi sento grassa solo ad incrociare il loro sguardo. Quando le OSS se ne vanno rimango sola in questa piccola stanza. C’è un armadio, un letto singolo, un bel bagno e una doccia. Ci sono anche due finestre, le apro ma hanno le sbarre… mi ero dimenticata per un attimo di essere in un ricovero psichiatrico. Mi siedo sul letto e abbraccio l’unica cosa che mi ricorda casa, un pupazzo a forma di foca che mi ha regalato Alessandro prima di partire. Piango, mi tiro i capelli, mentre le lacrime scorrono sul mio viso, ormai inesistente.
Sono le 12:30, dopo la visita e il peso, mi aspetta la cosa che temo di più. Il pranzo.
Sono esattamente due anni che avevo smesso di pranzare, mi imponevo di rientrare in così poche calorie giornaliere che era impossibile fare tutti i pasti. Per pranzo di solito masticavo due pacchetti di gomme, mi aiutavano a placare la fame e mi facevano andare in bagno. Ovviamente contavo anche quelle di calorie, scrivevo tutto sulle note del telefono, era il mio segreto. Sapevo che non avrei potuto mangiarne di più di 20, altrimenti avrei dovuto camminare per un ora con Flash per smaltirle, calmarmi, ed avere di nuovo tutto sotto controllo.
Siamo in 20 ragazze, c’è chi è ricoverata da mesi, altre da meno… mi dicono subito che non si possono fare le scale, siamo obbligate a prendere l’ascensore. Speravo di no, come tutte noi… chi non avrebbe voluto fare su e giù per le scale tutta la notte per smaltire i pasti che dovevamo consumare in struttura. Scendo e mi ritrovo in questo corridoio che precede la porta d’ingresso alla sala pasto. Aspettiamo che i dietisti e le OSS ci dicano che possiamo entrare, e nell’attesa mi guardo attorno. Siamo tutte in fila, perfettamente allineate, con lo sguardo rivolto a terra, con l’angoscia negli occhi. Nessuna fiata, so già che stanno pensando a quale escamotage usare per non finire tutto quello che avranno nel piatto. Non c’è bisogno di parlare per sentirle. Io le capisco. C’è un silenzio che ammazza. Come diceva un film, “caos dell’inquietudine”. Ecco. Esattamente quello. C’era così tanto silenzio che il rumore era devastante.
Entro e vedo tre tavoli apparecchiati, ogni ragazza ha un segnaposto personalizzato, che i dietisti cambiano ogni pasto, per farci mangiare sempre in posti diversi con accanto ragazze diverse. E’ il mio primo giorno e non ho ancora alcun segnaposto, vedo un post it con scritto VALENTINA 15, il mio numero di stanza. Mi siedo e alzo la cloche, o almeno, la alziamo tutte e 20 insieme… guai a chi inizia per prima. Inizio ad agitarmi nel vedere questo petto di pollo li fermo davanti a me. Mi guardo attorno e vedo che anche le altre ragazze si guardano attorno tanto quanto me. Il piatto mi sembra giallo di olio, il pollo lo vedo letteralmente galleggiare e sento il panico scorrermi per tutta la schiena. Capisco subito che tutte guardano prima il piatto delle altre, per poi giudicare il proprio. Lo faccio anche io. Come uno sparo, scattano i paragoni. “Io ho più cibo di lei, ma se lo finisco prima io lei penserà che sono grassa. Ma perché la mia fetta di pollo è più grande della sua? Perché io ho il panino e lei ha i crackers? Non è giusto”. Mi prende l’ansia e inizio subito a rifiutare il pasto, quasi mi innervosisco con il dietista, sebbene avessi sempre quel terrore di apparire maleducata e, di conseguenza, di essere sgridata. Mi lamento dalla paura, mi sudano le mani e ho il cuore a mille, voglio scappare via, la mia agitazione è palpabile e forse a voce troppo alta, dico che non avrei assolutamente mangiato nulla. Vedo le altre ragazze bloccarsi e capisco che le sto mettendo in difficoltà. Le vedo tagliare il cibo in miliardi di pezzettini della stessa dimensione, così piccoli che sembrano briciole. Non mangio nulla, è il mio primo giorno, quindi vengo capita e nessuno insiste più di tanto. Salgo in stanza e inizio a fare più di mille addominali, squat, piegamenti corsetta, tutto per smaltire quella forchettata di pollo che avevo mangiato. Non ho paura di essere scoperta, il bisogno di essere magra è più importante della mia stessa vita. Dopo un’ ora di attività mi tremano le gambe, il mio corpo non ce la fa più, ma io continuo ad allenarmi piangendo, vorrei dormire ma non posso. Una voce in testa mi tuona addosso di muovere quel culo, mi massacra, mi fa vedere grassa allo specchio, mi dice che vuole arrivare a pesare 35 kg. Come una schiava, continuo ad esercitarmi. Voglio sentirmi di nuovo leggera come prima. Dentro ho la tempesta, mi piove addosso e io non posso ripararmi. Lei vuole questo, e questo sarà. Nessuna scusa Valentina,  devo essere la più magra del mondo.

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