Non mi sono mai piaciuta. Ma quando dico mai intendo mai. Mamma mi ricorda sempre il mio volermi cancellare dalle foto con la penna. Dice sempre che la inquietava moltissimo vedermelo fare. Non ricordo il motivo, ma a volte lo sfondo era troppo bello per essere rovinato.
Sono cresciuta con l’ossessione per la musica, era la mia casa quando non sapevo dove andare, mi faceva volare in alto come un uccello, niente aveva più importanza quando sentivo la cassa sputare fuori le prime note. A casa non mi ci trovavo bene, mi sentivo tanto incompresa. Ero molto piccola, ma cantavo. Cantavo, cantavo e cantavo,  fino ad avere male alla gola. Volevo essere Amy Lee, volevo essere Avril Lavigne, volevo sputare fuori tutto il disagio, con la potenza della mia voce. Sentivo un fuoco dentro, lo stesso che col tempo mi avrebbe portato a fare tante scelte sbagliate. Sentivo qualcosa dentro, spingeva per uscire fuori, un brivido troppo forte per rimanere solo dentro di me. Non sapevo come avrei potuto trasformarlo in qualcosa di concreto. Forse non l’ho ancora capito. Perché lo sento di nuovo, proprio ora, e allora provo a vomitare qualche parola su un pezzo di carta, magari qualcuno capirà, magari qualcuno me lo saprà dire che significa.

Mi ricordo che mia sorella era stupenda, anche oggi lo è. Ma quando eravamo ragazzine io la invidiavo da morire. Era altissima, con questi lunghissimi capelli neri corvini, un naso perfetto e un paio di bellissimi occhioni verdi. Aveva due anni in più di me, lei era un cigno ed io il brutto anatroccolo. Mi viene da ridere, assurdo che penso e scrivo le stesse cose che già pensavo a 12 anni. Ero piuttosto sveglia, ma tanto, troppo emotiva. Comunque, vedevo la perfezione in lei, e già allora mi iniziai a sgridare perché non riuscivo ad essere così bella, tutti i ragazzi uccidevano per un suo sguardo mentre io ero invisibile. Come in casa mia. Come ovunque. Io non esistevo. Ero così timida che non riuscivo neanche a parlare, appena incrociavo lo sguardo di un ragazzo mi pietrificavo, non riuscivo neanche a dire il mio nome. Lei mi faceva uscire con suoi amici, anche se io non proferivo parola, e nessuno sapeva come mi chiamassi. Mi sentivo un sacchetto del pattume che lei, poverina, era obbligata a portarsi appresso. Fu proprio in quel momento, a 12 anni, che ricordo perfettamente di essermi messa davanti allo specchio per dirmi “io non arrossirò mai più”. E così sia. Mi obbligai a farlo. Andai contro natura. Provavo pena per il mio essere timida. Provavo pena per me stessa. Da quel momento in poi, non sarei stata più la stessa. Mi sarei controllata per tutta la mia vita, diventando un clone robotico della mia vera personalità, pronto a sabotare quotidianamente la mia parte più fragile, di cui tanto provavo vergogna. A volte non ci credo di avere 25 anni, me ne sento 50. Mi sono fatta tanto male. Da sempre. Mia sorella mi dice sempre che ho vissuto e passato troppe cose. Ed io sono d’accordo con lei.

Ossessionata dalla moda e dal mio corpo, iniziai a lavorare come modella in un importante  show-room bolognese. Ero appena uscita dalle superiori, e qualche soldo in più mi faceva comodo. Pagavano bene, mi ci aveva mandata il mio fidanzato dell’epoca. Buffo pensare  che ho sempre scelto lavori incentrati sul corpo, io che mi sarei strappata la pelle di dosso pur di vedermi magra.
Lavorai per diversi mesi con altre ragazze, palesemente anoressiche, che si divertivano a prendermi in giro per la mia taglia 42. Dicevano che non ero niente di che, che non capivano perché a volte i clienti preferissero me a loro. Tacqui. Questo è il mio punto debole, non riesco neanche a rispondere. Iniziai a mangiare solo pollo.
Un paio di clienti mi videro sfilare per loro e mi dissero che “mi stava malissimo tutto”, mi strattonavano per toccarmi i vestiti, io ero solo un manichino senz’anima. Mi sentivo molto in colpa, perché era colpa mia se non compravano i vestiti. Andai avanti. Soffrivo molto, ma avevo ancora la buccia dura. Ero piccola, bei tempi.
Un giorno cambiò tutto. Era il giorno del mio compleanno, e io avevo appena festeggiato a casa con mamma e papà. Andai a lavoro dove venni convocata dalla proprietaria dello show-room. Cristina mi piaceva, era una bellissima donna, mi aveva sempre trattata come una figlia. Mi chiese se ero ingrassata, e io risposi di no, deglutendo per la domanda così diretta, troppo diretta per una come me. Lei rispose per me e mi disse di si, senza esitare mi comunicò, dopo un anno di lavoro, che mi avrebbe messo a casa per un tempo indeterminato, con lo scopo di perdere peso per diventare assolutamente perfetta per quelle 38 striminzite che giravano per lo studio. Non dimenticherò mai quel momento. Ho provato ad eliminarlo, ma ci penso ogni giorno della mia vita. Come una condanna. Mi gira e rigira nella testa. Quel momento fu cruciale per la mia intera vita. Per la mia esistenza futura. Mi iniziai ad odiare più di quanto potessi già fare. Volevo morire dalla vergogna. La ragazza che arrossisce era tornata. Volevo dimenarmi dalla rabbia. Rabbia verso di me. Rabbia verso il cibo. Rabbia verso il mio stupido corpo, che no era perfetto come quello delle altre ragazze. Quella ciccia doveva sparire. Mi alzai e accettai, ma smisi di parlare. Ero sotto shock. Non era più la mia giornata speciale. Io meritavo la morte. Andai a casa e piansi tutte le lacrime del mondo. La torta di compleanno che mamma aveva preparato non aveva più lo stesso significato, mi guardava minacciosa, e io guardavo lei con tutto l’odio represso che potessi mai immaginare di avere. Accesi la musica, misi le cuffie, e improvvisamente tornai quella bambina che ero sempre stata. Quella che non sta bene da nessuna parte, quella un po’ in mezzo.
Quella che può arrossire. Chris Martin canta e io non mi trattengo. Tranquilla, dolce vale. Qui si può essere timidi, si può arrossire, si può piangere, tanto non ci vede nessuno.

Questo articolo è guidato da “Talk – Coldplay”