“Il lupo”

“Il lupo”

Sono una persona nuova.

Di nuovo.

Tipico di me.

Gioco e poi rovescio la scacchiera. Ricomincio da capo. Come la torre, la mia carta.

Mi ha sempre affascinato l’idea di ricostruire. Ancora e ancora e ancora. Finché non ce la faccio più. Finché non sento più le forze. Non posso farne a meno. Solo così mi sento viva. Solo così mi sento felice davvero. Mi sveglio di soprassalto, e voglio scappare via. Senza rancore, senza paura. Non mi sento più inseguita, voglio solo andarmene. Quando un posto mi ha già dato tutto quello che poteva darmi, so che è ora di lasciarlo. La vita è troppo breve per stare sempre nello stesso posto, ed è troppo grande per non inseguirla. La verità è che scappo dalla monotonia. Mi spaventa, e l’ordinarietà ancora di più. E allora parto. Lontano, dove so che posso trovarmi di nuovo. Dove posso sfidarmi, dove posso trovare qualcosa che ancora non conosco. Dove posso imparare qualcosa di me che ancora non so. Mi basta Flash, e la mia musica. E so di essere a casa. Ho capito che la vita è questa. Correre per cercare se stessi. E basta. Niente di più e niente di meno. E’ come avere una mappa, ma senza legenda. Credo che lo scopo sia questo, capirci qualcosa per uscirne fuori. Continuare a esaminarsi per conoscersi. Io ormai credo di sapere chi sono. L’ho sempre saputo, ma non ho mai voluto accettarlo. Rifiutavo di essere me stessa. Il mio individualismo è sempre stato un difetto per me, come una malattia da curare, rincorrendo un antidoto che non arrivava mai. Ci ho messo un po’ a capire di avere, invece, una grande fortuna. Qualcosa di cui gli altri hanno paura, ma che racchiude l’essenza dell’essere liberi. Io sono libera. Ma libera davvero. Questa volta mi ha salvato. L’ho capito il giorno in cui sono stata abbandonata di nuovo. L’ennesima delusione. L’ennesimo fallimento relazionale, il campo che mi spaventa di più, ma che cerco continuamente. Mi lancio e mi faccio male. E poi mi lancio di nuovo, per farmi ancora più male. E poi ancora, ancora e ancora. Non smetto mai di crederci. Niente mi fa chiudere il cuore, perché sono fatta di amore. Non ci è riuscita la malattia, e non ci riuscirà mai nessuno. Ma questo schianto è stato diverso. Il dolore mi è salito dallo stomaco, trasformandosi in rabbia. La rabbia poi è diventata odio. Un odio che non avevo mai provato prima, puro e oscuro, rosso. Piove sangue. E non voglio ripararmi. Ti odio così tanto che mi fai tremare le mani, e sudare, sudare forte. Ti odio così tanto che non mi fai dormire, che mi togli l’appetito. Un rumore sordo ma profondo. Uno sparo verso l’esterno. Ero arrabbiata, ma non con me. Ero stata ingannata, dall’ennesimo narcisista. Dall’ennesimo parassita. Eppure non sono riuscita a darmi la colpa. Non sono riuscita a versare una lacrima. Neanche una. Guardavo fisso davanti a me, senza parlare, senza espressione. Passiva aggressiva. Come non sono mai stata. Poi guardavo il mio tatuaggio. “GUILTY”. Quella non sono io. Io non ho fatto niente. E poi qualcosa è cambiato. Qualcuno aveva aperto la finestra, e il vento mi aveva completamente travolta. Qualcosa aveva fatto “crack”. Lo aspettavo da tempo, da così tanto che credevo non sarebbe mai arrivato. E invece quel rumore aveva catturato la mia attenzione. Crack. Un seme nel cuore, piantato tanto tempo prima, stava iniziando a crescere. L’amore. Ma non quello che ero abituata a conoscere. Quello per me stessa. Il più vero che possa mai esistere, l’eden dei sentimenti. Ero stata calpestata, nel momento in cui stavo fiorendo. E nessuno può permettersi di farlo. Nessuno. Io ti odio. E odio chiunque possa solo pensare di potermi ferire. Sei solo un ladro emotivo, una tela vuota, un vampiro, un bluff. Tu sei il nulla. E il nulla non esiste.

 

Ah si, ecco. Ho capito chi sono. Sono un lupo solitario. Cambio sempre branco, ma non ho un capo da seguire. Non ne ho bisogno.  Non mi sono mai sentita parte di niente. E credo che mai mi ci sentirò. Difetto? pregio? non lo so.  Ma sono fatta così. La verità è che sono una solitaria. Mi piace, in fondo. Ho accettato di esserlo. E’ la mia natura. Ho smesso di provare ad essere quella che non sono e non sarò mai. Voglio vivere secondo le mie regole. Questo è quello che il mio psicologo definirebbe un eredità della malattia. Qualcosa che mi avrebbe cambiato, qualcosa che mi avrebbe mutato. Qualcosa di diverso. O semplicemente, un graffio permanente.

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