LUNA CRESCENTE – LISZTOMANIA

LUNA CRESCENTE – LISZTOMANIA

Ogni volta che leggo citazioni di artisti famosi che descrivono il loro amore per la musica ne rimango sempre affascinata. La musica è soggettiva, e anche quello che decidiamo di ascoltare racconta un po’ di noi. Per questo mi piace sbirciare nelle playlist degli altri, la trovo una cosa così intima che la paragono sempre al darsi un bacio. E’ forse la cosa più bella che si possa chiedere, o ricevere. Almeno per me.

Se non puoi parlarmi, regalami una canzone.
Se non sai cosa regalarmi, parlami con una canzone.

Non amo il silenzio, non sempre. Sono cresciuta così, con una colonna sonora perfetta per ogni istante. Mi sarebbe piaciuto avere un gruppo, trasformare quello che provavo in qualcosa di concreto (e ancora adesso ci sto lavorando) oppure scegliere le musiche per i film. Quello mi piacerebbe anche oggi. Quando ero piccola non mi piaceva tanto stare a casa. Non avevo molti amici ed ero molto timida. Attraverso la musica sognavo di poter dire quello che dal vivo non riuscivo a fare. Mi immaginavo scenari nei quali la protagonista ero io, accompagnata dalla mia musica preferita, che era la mia benzina. Non ero mai sola. Ero tosta, ero forte, ero bella. Tutte cose che, all’epoca, non avevo. Era quella cosa che tirava su la mia autostima inesistente. La colonna sonora era il sostegno che non avevo mai sentito di avere. Per lei io non ero così male, li potevo essere quello che volevo. Mi sentivo quella che avrei sempre voluto essere, e la sensazione mi inebriava il cervello. Mi sentivo nel mio posto. Fra le nuvole, chiaro. Quello sempre.

Il mio primo amore fu il rock. Da li partì tutto. Il punk rock, l’alternative, il Nu Metal. Quel mondo mi dava la forza e la grinta che credevo di non avere. La musica veloce e quasi aggressiva mi mandava in estasi. Tutto quello che non riuscivo a dire, usciva fuori. L’insicurezza svaniva. Perché in realtà dentro ero così. Come quello che sentivo. Ma non avevo il coraggio di esserlo. Soffrivo il giudizio, non tanto degli altri, ma il mio, e quello delle persone care. E il fatto che nessuno che conoscevo ascoltasse quei generi, rendeva tutto più personale. Più mio. Tutta la rabbia, la goia, la frustrazione, passava sempre attraverso le mie orecchie. Era come se potessi sfogarmi senza aprire la bocca, come se qualcuno mi leggesse, mi ascoltasse, senza che io avessi voglia di farlo. Meglio di un’amica. E a volte, sotto certi aspetti, lo penso ancora oggi.

Mi ricordo il mio primo walkman. Era verde acqua credo, trasparente, mia sorella lo aveva blu scuro e mi ricordo che non mi piaceva per niente. Era troppo serio. Mi ricordo quando andavo al negozio di cd, di solito c’era mamma, ma a volte anche papà. Non stavo più nella pelle. Ero piccola, ma tenevo i soldi da parte per potermi comprare un singolo, che all’epoca costava sui 5 euro, e impaziente correvo a casa, per poi consumarlo nel mio stereo in cameretta. Chiudevo rigorosamente la porta, e non esisteva più nessuno. Nel frattempo cantavo, scrivevo, stavo al pc, coloravo, insomma facevo cose. Mi ricordo anche il mio primo lettore CD portatile. Sono impazzita per capire come farlo andare, quando lo ascoltavo in bici, senza che s’inceppasse a ogni buca. Ero piccola, non mi ricordo quanto avevo. Forse 11 anni. Ma senza musica io in bici non ci andavo. Mi ricordo anche il mio primo MP3. Finalmente potevo sentire in cuffia quello che volevo senza che saltasse. Andava a pile e fu il regalo più bello che avessi mai ricevuto. Era come ricevere una Ferrari. Me lo infilavo in tasca e andavo. Lo aggiornavo ogni settimana, ero diventata brava con il PC. Ho imparato a usarlo solo per soddisfare il mio prelibato gusto musicale che avevo già da bambina. Mi ricordo anche il mio primo iPod, verde elettrico, lo ricevetti per Natale e fu un po’ il simbolo della svolta di tutto. Lo avevo sempre con me, in casa, fuori, a scuola, dappertutto. A volte lo nascondevo nella sciarpa a scuola. Curavo la mia libreria meglio di come curavo me stessa. C’era il music quiz e mi ricordo che dopo neanche due note avevo gia indovinato. Così ho imparato il ritmo. Mi ricordavo i tempi di ogni canzone, non sbagliavo mai, e da li forse ho capito cosa fosse il ritmo. Che mi ha portato a fare quello che faccio oggi.
Quando ero in punizione mi veniva confiscato l’iPod, ovviamente, era la cosa a cui tenevo di più al mondo. Come oggi. La punizione era il silenzio. E da li, dopo svariati iPod, stereo, app, eccetera, sono arrivata alla console.

Oggi sono tornata bambina. Quando suona la sveglia, penso già a cosa potrei ascoltare. Non posso sbagliare, perché il primo disco ha un potere immenso sul mio umore. Mi chiedo se sia una cosa normale o se sono fatta veramente tutta a modo mio. Mi piace, e credo che questa motivazione sia più che sufficiente. Mi fa stare bene, perciò lo faccio. Il silenzio è noioso. E’ basico, e non ha emozioni. Il silenzio non mi appartiene.

Ogni persona che è passata nella mia vita, a cui ho voluto bene, ogni momento, ogni ricordo indelebile, porta con se una canzone. E quindi un’emozione. Sta a me decidere se rientrare o no in quella stanza. Senza questi momenti io non avrei la conoscenza che ho ora. Sì, potrebbe essere letta anche come una metafora.
Se potessi parlerei solo tramite canzoni.
Mi piace andare in profondità.
Ah, indovinate cosa stavo facendo…

No Comments

Post A Comment

Iscriviti alla Newsletter