LUNA CRESCENTE – aMoressia, i Coldplay e la scogliera al tramonto

LUNA CRESCENTE – aMoressia, i Coldplay e la scogliera al tramonto

Quando sono guarita pensavo che il mio “percorso” si fosse concluso. Si, mi sono ammalata, mi sono sfidata, mi sono curata e ora è tutto finito. Un ricordo lontano, sbiadito, di una vita che non mi appartiene più ma che, in un certo senso, mi appartiene ancora. Pensavo di essere semplicemente andata avanti, di aver fatto il mio dovere, di esserci riuscita. Di aver chiuso un capitolo orrendo della mia vita, un imprevisto più lungo rispetto a quelli che avevo incontrato fino ad allora. Insomma, credevo di essere libera del tutto. E in un certo senso è stato così. Il cibo era di nuovo buono, il mondo era un posto abbastanza decente, le persone anche. Avevo finalmente trovato quella ventata di ottimismo di cui non sono mai stata padrona, che soffiava su un mondo ricco di cose da fare, di persone da conoscere, di posti da vedere, un mondo “nuovo”, visto da una prospettiva diversa, ma in fondo, lo stesso mondo difficile che io stessa avevo messo in pausa.
E’ stato bellissimo.
Vorrei poter descrivere cosa significa rinascere, ma non ho le abilità per farlo.
Se dovessi raccontare la sensazione penserei subito a un tuffo. Un tuffo al tramonto, si. Ma non un tuffo qualsiasi, quello dalla scogliera più alta, la più alta in assoluto. Hai presente?
Ecco. Nel momento in cui raggiungi l’acqua sprofondi sempre di più, quasi come se non dovessi mai fermarti. Tieni gli occhi chiusi, prestando attenzione a non farti male. Affondi nel mare fresco e vai sempre più giu. Ma a un certo punto ti fermi, e inizi a muovere le gambe, le braccia, ti muovi sempre più veloce per raggiungere la superficie, per respirare. Ed è li. Quel momento li, quell’attimo, quel secondo, quell’istante che scorre tra l’acqua e la superficie. L’uscita. La mia uscita. E’ tutto li.
Quello significa rinascere. Respirare di nuovo, o forse, semplicemente, respirare e basta. Respirare davvero. In quel momento li, in quel posto li. Ora.
Se mi concentro ricordo ancora la sensazione, e mi capita ancora di avere la pelle d’oca. L’emozione più bella che io abbia mai provato. Fisica, mentale, tutto quanto. Un esplosione di colori, di vita. Giallo, blu, verde, rosso, arancione. Tutti insieme, come un fiore che si schiude. Sto sorridendo, mentre lo scrivo. Quell’istante non appartiene a me, ma alla Valentina che c’era prima. E lei me lo rimanda, come uno specchio, ogni volta che voglio provare a ricordare. E la sento anch’io. La sentiamo insieme, e così ci rincontriamo. Ha sempre i capelli verdi, raccolti, e gli occhiali da vista.
Come ho scritto prima, pensavo di aver concluso. Di aver finito così, come un bel film. Pensavo che dopo il tuffo ci sarebbero stati i titoli di coda e “Lost” dei Coldplay. Che tutti si sarebbero alzati e se ne fossero tornati a casa, contenti. Invece non è stato proprio così. La verità è che la malattia mi ha cambiata, non solo in superficie, ma nel profondo. Ed io mi sto conoscendo ora. Nuovi pensieri, nuovi comportamenti, nuove sfaccettature, del tutto sconosciuti. Mi piace pensare di aver avuto una seconda occasione, per vedere tutto, per capire tutto, da un nuovo punto di vista.
E così sono tornata in terapia, per approfondire, per risolvere tutto quello che ancora non avevo risolto, per estirpare l’eventuale male, dalle sue radici, per studiare i nuovi fiori del mio giardino, fiori che non avevo piantato, ma che, in qualche modo, erano nati.
“L’eredità”, così la chiama il mio terapeuta. La malattia mi ha lasciato un’eredità.
Criptica, direi. Bella e brutta. Ogni tanto la sento, aggrappata a situazioni che non le appartengono come il lavoro, la forza di volontà, l’amore, il piacere. Lei bussa e non mi fa aprire la porta, non mi fa uscire. E allora capisco che è ancora il momento di scavare. E riprendo, sbuffando, arrabbiandomi. A volte vince, a volte no. Scavo ogni giorno, ogni singolo giorno, per capire. Per conoscere, per contrastare, per vivere. Per smettere di pensare, per non permettere che il passato mi tiri indietro, per non farmi mai più del male. Per non “anoresizzare” la vita che sto vivendo, che mi sono ripresa lottando, con le unghie e con i denti, strappandola con violenza a un avverso destino.
Non sarò qui a dirvi quanto sia divertente, perché non lo è, e sapete anche che le bugie non fanno per me. Ogni mattina è un grande punto di domanda. Mi alzo e non so cosa vedrò. Cosa sarò. Quale tormento ci sarà, come farò ad uscirne, come lo combatterò, e allo stesso tempo come festeggerò la mia eventuale gioia. E’ la mia eredità, e in qualche modo l’ho accettata. Però, quello che vedo oggi mi piace. Mi piace perché è imperfetto, rumoroso, emotivo, folle, geniale, curioso, divertente, cazzuto, impulsivo. Mi piace perché è solo il risultato di una lunga equazione. Un’equazione iniziata qualche anno fa, e che non finirà mai.
E se dovessi lottare tutta la vita per vedermi sempre così, io lo farei.
Perché ne vale la pena, ne varrà sempre la pena.
So che un giorno questo dolore mi sarà utile.
Ci sarà qualcosa in fondo, ci sarà.
Alla fine sei bella così, si.
Sei la tormentata più bella che io abbia mai visto.

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