LUNA CALANTE – Crescere, la videochiamata, i Vision Video e quel giro in bicicletta

LUNA CALANTE – Crescere, la videochiamata, i Vision Video e quel giro in bicicletta

“Ma quando si diventa grandi?”
E’ una domanda abbastanza ricorrente nella mia vita. Me lo sono chiesta spesso, e me lo chiedo tutt’ora, rimandando quella risposta, quel momento, quella definizione, quell’istante, così tanto spesso da dubitare della sua reale esistenza. Non so se è già successo, e se, forse, ci sono già dentro. Una parte di me non vuole saperlo. Mi fa una paura fottuta crescere. Non è sempre stato così, ma tutto è iniziato quando ho compiuto vent’anni. Nella mia testa, venti erano, in realtà, trenta. Sono sempre stata un’impaziente, perennemente concentrata sul futuro e poco sul presente, e per me i trenta erano lo scontro finale con la realtà, quella da cui mi piace fuggire, quella con la quale ho dovuto imparare a fare i conti, nel momento in cui me ne stavo andando. E ad ogni compleanno non sono poi così tanto felice. Non mi spaventa l’età numerica, l’invecchiamento estetico, o il fatto che non abbia mai trovato un compagno che mi volesse realmente bene con il quale poter costruire qualcosa, mi spaventa una cosa ben più basica. Mi spaventa l’idea di perdere le possibilità di fare quello che voglio, di avere ancora troppi sogni e pochi fatti. Mi spaventa avere sempre meno tempo, come se ci fosse un orologio immenso, il cui rintocco, in realtà, è un giudizio. Un giudizio pronto a ricordarmi che sono ferma, che sono tanto brava a perdere tempo, e che sono passati 5 anni da quando avevo in mente di fare cose che,in parte, ho realizzato. 5 anni, volati, sprecati (?). Si, il tempo è una nuvola nera che incombe su di me. Un ombra scomoda, ma anche reale. Non sono pronta a dover rinunciare a tutto quello che ho sempre sognato, ma a volte mi sento come destinata a far si che questo accada. Non voglio neanche pensarci. Il dolore sarebbe troppo forte. E un po’ è per colpa mia, un po’ è colpa della realtà, che sembra sempre più bella nei sogni. Vi svelo un segreto, non mi piace qualunque cosa, persona, situazione che possa ricordarmi che “è colpa mia”. Mi terrorizza. Lo faccio già ogni giorno nella mia testa. Crescere mi ricorda sempre che è colpa mia. Mi viene un po’ da ridere, assurdo… una vita a sognare di essere grandi, per poi voler tornare indietro, anche solo per un momento, per una giornata, quando non si può.
Forse per rifare tutto da capo, con meno errori e molta più consapevolezza, come dice il mitico Woody Allen.

Ultimamente ho pensato molto ai vecchi tempi, alla mia primissima adolescenza, alla scuola, a Bologna. Sono una fottuta nostalgica, e quando ci penso mi viene un po’ la pelle d’oca. Tutto è iniziato quando, mentre stavo scrivendo, mi ha telefonato M. Quando ho visto il nome sul display mi ricordo di aver sbattuto più volte le palpebre, quasi incredula di quello che stava per succedere. Ho afferrato immediatamente il telefono e ho risposto alla videochiamata. Come in un film, si è aperta davanti a me tutta una vita che avevo messo in un cassetto, una vita antica, dentro a un cassetto che non aprivo spesso. Una vita che appartiene a 10 vite fa. Vedere lei e M, l’altra nostra amica, è stato un colpo al cuore, una doccia fredda di cui avevo bisogno, ma che non sapevo di volere. Erano passati 6 anni da quando ci eravamo perse di vista, senza contatti. Le mie amiche, le mie compagne di classe, il mio gruppetto del “terrore”. Eh si perché eravamo cazzutissime, tostissime, ma meravigliose così. E allora abbiamo parlato, per ore e ore, aggiornandoci, e ricordando, ricordando tanto. Mi hanno chiesto “com’è?” insomma, la popolarità.. chiamiamola così. Sorrido se ci penso, ma quanto cazzo di tempo è passato, quante cose sono successe, quante vite ho vissuto. “Così così”, rispondo. Chi mi conosce, o chi ha letto il mio libro, sa che non era nei miei piani questa cosa, mi è proprio caduta tra le mani, ed è sempre difficile spiegare che non è tutto rose e fiori, come uno può immaginare. Ma queste cose le capisci sempre dopo, e quindi, mi sono chiesta nuovamente, “ma da quanto non le sentivo?”
… da quanto.
Più parlavamo, più rammentavamo, più affioravano ricordi bellissimi che avevo rimosso, ma che, in quel momento, mi sembravano così nitidi, così vicini. La scuola, le note, le serate, gli scherzi, le cannette, la Francia, i litigi, i disastri che facevamo… e quanti. Ero felice, così felice, che ho smesso di scrivere (e di solito quando scrivo spengo il telefono). E, come nei migliori film Americani, una delle Valentine che sono stata mi stava guardando, e mi stava comunicando, mandandomi una carrellata di diapositive felici, ingenue, pure, libere. Una cosa che non mi capita spesso. Il tempo si è fermato, e ha fatto un’inversione a U pazzesca. Non programmata. Ero felice. Ero veramente FELICE. Lo scriverò almeno altre 3 volte, perché è una parola che non mi capita spesso di scrivere, soprattutto su questo blog. FELICE FELICE FELICE FELICE. Spensierata. FELICE. Euforica. FELICE.
Ricordo esattamente la sensazione che ho provato, nel parlare con loro. Una libertà che non ho più sentito, o almeno, non così forte. Una libertà diversa da quelle che ho conosciuto nella mia breve vita. Questa era diversa, perché frutto di meravigliosa ingenuità, curiosità, voglia di fare, di giovani sogni e speranze. Una libertà di una ragazzina, con un futuro ancora tutto da costruire, da decidere, da scegliere. Vorrei tanto tornare indietro, anche se, come dicono i +44, “Il passato è solo il futuro con le luci accese”.
Comunque, quell’episodio, quelle ore, diverse dalla merdosa routine che sto mantenendo da quando il Covid ha spazzato via tutto, mi hanno devastata. In bene. Sì, in bene. Non riuscivo ad andare a dormire, ripercorrevo ogni singolo istante, giorno, momento, ricordando quella vita, e più ricordavo più tutto iniziava a prendere forma di nuovo, a colorarsi nuovamente, a tornare nitido, come se fosse successo ieri. Con un sorriso grande. “Quante cose hai fatto, eh Vale?”. La mattina dopo, alzandomi, credo di aver imparato una cosa nuova, una cosa che sembra così banale, così scontata, che spesso me ne dimentico. Che sì, il tempo passa, le cose cambiano, ma quella Vale spensierata, quella libera, quella sognatrice, non se n’è mai andata via. Sono sempre io. E come direbbe Leo, il tempo non esiste, o meglio si, esiste, ma cambia solo quello che c’è attorno a noi, non agisce sul “chi siamo”. Si, sono sempre quella bambina timida, poi quella bambina solitaria, poi quella ragazzina tornado, poi quella ragazza fuori da ogni schema logico, poi quella un po’ bulla, poi quella che è andata in tv, poi quella che ha imparato a suonare, poi quella che si è ammalata, e poi, quella che sono oggi, che sarà sempre la stessa di domani. Evoluzione, e basta.
E allora mi sono alzata, il giorno dopo, felice. “Grateful”. Mi sono detta che non ero poi così inconcludente, non ero poi così male. E quindi ho scritto, mi sono allenata e ho suonato un po’, andando contro ai miei blocchi, alle mie paure, che spesso non mi permettono di fare qualcosa per me stessa. Cerco di godermi il momento, quell’attimo fuggente che tanto fatico a tenermi stretta.
Chiudo gli occhi e so di essere sempre io.
Sono sulla mia bicicletta, con il lettore cd nelle orecchie, i Vision Video pompano “Inked in Red”, una ventata di good vibes mi soffia in faccia, e io me la prendo tutta.
Pedalo sotto i portici della mia Bologna deserta, di notte.
Sono sempre io, si, sono sempre io.
Sorrido, continuando a sfrecciare, con una consapevolezza in più.
Saprò sempre da dove sono partita e, dove ritornare.
E allora andiamo.
“Woah, as it seems that this life is waking dream”.

No Comments

Post A Comment

Iscriviti alla Newsletter