LUNA CALANTE – i Wavves, Internet e la Festa in Maschera

LUNA CALANTE – i Wavves, Internet e la Festa in Maschera

Sono nata nell’epoca sbagliata.
Frase fatta, è vero. Però è così, e mi fa sempre piacere quando me lo ricordano.
A volte penso che dovrei essere riconoscente, riconoscente di essere nata in un’epoca dove la donna ha sicuramente più diritti rispetto a 50 anni fa, sbattuta, però, su uno sfondo nel quale la tecnologia gioca un ruolo fondamentale, abbattendo si, confini e lontananza, globalizzando (ci) tutti, ma togliendoci qualcosa.
Mi piace l’idea di vivere in un mondo connesso, ma questo non mi basta, o almeno, non è quello che volevo. La verità è che più andiamo avanti più torniamo indietro. Essendo nata nel 1993, riesco ancora a percepire la differenza tra il mondo AI (avanti internet) e DI (dopo internet). A volte ringrazio di avere avuto questo privilegio, quello di aver potuto sperimentare in prima persona cosa significasse incontrarsi alla fiera di paese, parlarsi con la voce per conoscere qualcuno, essere oggetto di giudizi solo per le azioni che avevo compiuto e non per come gestivo la mia vita, come la facevo risultare, apparire. Quando sei giovane internet sembra la risposta a tutto. Mi ricordo ancora quando mi parlarono di Facebook, e decisi di creare il mio profilo. Eravamo in pochissimi ed ero adolescente. Mamma non era d’accordo, giustamente. Era un territorio sconosciuto, una cosa nuova ed eravamo tutti inesperti. Ma io, ovviamente, lo feci lo stesso. Ero fatta così, come sono oggi, un passo avanti, non perché fossi un genio intendiamoci, ma solo perché non sono mai riuscita a resistere alla mia innata curiosità.
La verità è che un tempo si comunicava. Si comunicava con la voce, ci si conosceva, si sceglieva le persone con le quali stare o avere a che fare per come parlavano, per quello che facevano in tua compagnia, per come si esprimevano. Nessuno sapeva dove andavi o cosa facevi, e forse era la cosa più bella. Quando giocavo a pallavolo, da adolescente, a volte capitava che qualche ragazzo venisse a vederci gli allenamenti. Mi ricordo ancora la fitta allo stomaco, se entrava quello che mi piaceva. Così, a sorpresa. Una sensazione meravigliosa, che non ho più avuto il privilegio di provare, dal momento in cui tutti stanno dove stanno tutti, dove la “privacy” è una cosa di cui liberarsi e non un segno di libertà. Se vuoi la tua privacy sei un disadattato, un “vecchio”, non stai al passo con i tempi.
Nel corso degli anni, il mio stretto rapporto con Internet si è sempre più logorato. Iniziavo a sentirmi soffocata da questa scariolata di immagini di persone, di posti, di attività, di luoghi, come se fosse in corso una sorta di gara a cui nessuno sapesse di partecipare, ma che tutti sapevano ci fosse. La gara a chi è più seguito, chi è più bello, più cool, più ricco, più giusto, più in forma, più amato. E a me le gare non piacciono, mi mettono ansia. E quando sei ragazzino cosa conta di più dell’essere omologato? Niente. Io stessa, ammetto di aver represso per anni la mia diversità e originalità, vendendola come un difetto. E sapete perché ? Perché non volevo le stesse cose degli altri, non facevo le loro stesse cose, non avevo le loro stesse cose. Perché non mi importava. Mi sono sentita sempre una disadattata, soffrendoci, sentendomi sporca perché non ero così magra, non ero così amata, perché non ascoltavo le stesse cose che ascoltavano tutti, perché non mi sentivo di appartenere a nessun gruppo, a nessuna etichetta.Ma la regola era questa, omologarsi. Internet stava agendo, e si stava rivoltando contro di me. Di colpo quella carrellata di diapositive erano diventate un giudizio, dal momento che io stessa ero diventata popolare. Ogni foto altrui mi giudicava, metteva in dubbio le mie scelte di vita e come mi piaceva vestirmi. I numeri mi facevano sentire sempre sotto giudizio, una fallita, mentre continuavo a misurarmi con persone che mi erano avanti e in cui io non ci vedevo niente di speciale. E così, piano piano, si è radicata in me l’idea che io non fossi niente di che, sia professionalmente che internamente. Ma non smettevo di darmi la colpa. Si, la colpa era mia, perché io stessa ero un prodotto di Internet. Non facevo altro che incontrare persone e frequentare ambienti nel quale venivo messa sotto la lente d’ingrandimento. Ero diventata un vero e proprio prodotto, difettoso, che doveva essere corretto. Mi ricordo ancora quando il mio ultimo manager mi disse che “non ero cool”, e che avrei dovuto rivoluzionare il mio stile se avessi voluto essere considerata dalle “persone che contano”. Dalla rabbia e dalla frustrazione, uscii di casa, scappando, e mi ritrovai su un muretto a piangere, per le successive due ore. Ora voi direte: “ma zia sei tu che hai scelto tutto questo”, e invece non è così. Mi è sempre piaciuto pensare che quel mondo dorato avesse qualcosa di buono, che in alto ci saresti arrivata per avere qualcosa di tuo, di unico, di speciale. E non perché ti mettevi una maschera. Non ho mai cercato questo, non mi è mai importato, ma attorno a me dicevano che era importante e io mi sono lasciata convincere.
Credevo che vivere fosse questo, e che questa fosse l’ennesima conferma del fatto che io fossi una persona totalmente fuori dal mondo. E allora mi sono mascherata, e sono entrata nel ballo più inquietante a cui io abbia mai partecipato. “La festa in maschera”, così mi piace chiamare il calderone dei social, dell’ élite, e di tutti quegli ambienti considerati dorati. Un ballo immenso, nel quale non importa essere diversi, come ho sempre pensato, ma importa essere tutti uguali, al passo dei tempi che qualcun altro ancor prima decide.
Ho sempre sofferto le regole, fin da bambina, mamma potrebbe affermare questa tesi. Dopo anni passati a mascherarmi, un giorno ho fatto crack. Sono arrivata la limite della mia infelicità, della mia frustrazione, della mia pazienza, della mia delusione. Non ero felice.
Ammalarmi mi ha catapultato in un’altra realtà, quella VERA, quella dove i like, i followers, i vestiti, non contano niente. Dove, se vuoi sopravvivere, devi fare i conti con te stesso e tutto quello che ti ha sempre circondato. Devi estirpare il male alle sue radici. E allora metti in discussione tutto, la regola è questa. La malattia mi ha dato uno schiaffo in faccia. Il più forte che io abbia mai ricevuto. E cazzo, mi sono svegliata di colpo, in una realtà totalmente capovolta. Più passava il tempo più riuscivo ad apprezzare gli uccellini che mi svegliavano la mattina, il tramonto che potevo vedere oltre quel cancello, l’odore del caffè di prima mattina, il gusto di un buon piatto, la bellezza di una canzone sconosciuta, l’amore che ti trasmettono le poesie, l’importanza di piacersi per quello che si è e basta. Accettarsi.
Internet mi ha rubato qualcosa. Si, mi ha rubato il piacere delle cose vere, la loro vera essenza. La vita.
Mi ha rubato la cosa più figa di tutte: la semplicità, la verità, l’essere se stessi.
Non c’è cosa più “cool”.
E allora li ho capito una cosa. La vera bellezza è essere il fiore nero in un campo di fiori rossi.
Si, perché io mi ricorderei solo di quel fiore.
Anche se è imperfetto, sbagliato, storto, marcio.
E allora eccomi qui, seduta su una sedia di contorno a questo ballo in maschera.
Una sedia marginale, ma l’unico posto in cui posso stare, e in cui mi ritrovo.
Fumo una sigaretta e penso “chissà che caldo sotto quella maschera”.
La mia l’ho buttata.
Quest’epoca mi sta stretta, ma sto provando a conviverci.
Non vedo l’ora di tornare a casa e di salire sulla mia bici.
Ho voglia di sentire Nine Is God dei Wavves.
Spero che nessuno mi venga a parlare.
Dai dai, un’altra oretta poi scappo via.
Ma come fanno a divertirsi questi?
Birretta, musica e bici?
Va bene.
ah, non vedo l’ora.

“Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti.”
– Luigi Pirandello

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