LUNA NUOVA – Tyler Durden, la pistola e la libertà

LUNA NUOVA – Tyler Durden, la pistola e la libertà

Ogni volta che penso alla parola libertà non riesco a non pensare a “Fight Club”.
David Fincher mi ha fatto un regalo grande.
Mi ricordo quando lo vidi per la prima volta. Ero una ragazzetta, e la mia compagna di banco me ne parlava sempre. Così decisi di provare, e ne rimasi affascinata.
Il mio amore per Edward Norton non incise più di tanto, ma come avrebbe potuto, davanti a un capolavoro così. Fincher, da bravo regista, mi aveva messo una pulce, mi aveva dato materiale sul quale riflettere, e pian pian il vecchio Durden convinse anche me, come se dovessi iscrivermi pure io a un Fight Club. Eh, magari.
Beh, il punto cruciale fu quello. Come sempre, l’estremizzazione di un concetto funziona più del concetto stesso. L’esasperazione riporta ordine tra i pensieri, shocka. Sempre. E allora capii una cosa. Nella società di oggi nessuno è libero. Nessuno. Insomma lavori per vivere, vivi per lavorare. Poi ci sono le Scadenze, i mutui, lo sport, gli eventi, eccetera. Questo è il campo di Renton, ma il concetto non cambia. Nessuno è libero, nessuno si spoglia totalmente, nessuno abbraccia così passionalmente, come diceva un critico, l’essenza vera e pura dell’Essere.
Nessuno a parte Tyler Durden. L’estremo, Tyler Durden.
Tyler Durden è libero, o almeno, io l’ho percepito così. E quando gli viene chiesto di cos’ha paura lui risponde: “Quello che mi spaventa sono le celebrità sulle riviste, la televisione con 500 canali, il nome di un tizio sulle mie mutande, i farmaci per capelli, il viagra, l’arredatrice, poche calorie, Marta Stewart”. Ha paura della “vita”, chiamiamola così… Dell’ordinarietà di una società ridotta al consumismo, della nostra esistenza. Le mie stesse fobie.
Ogni volta che vedo questo film, dentro di me si accendono mille spie, così tante che non so mai di quale occuparmi. A distanza di anni, ormai, le conosco e so perché lampeggiano. Dopo averlo visto per la milionesima volta, circa un mese fa, ho cambiato nuovamente punto di vista, raggiungendo forse la vera essenza del film che, a mio parere, ha bisogno di essere visto più volte, senza farsi prendere particolarmente dai personaggi, ma arrivando al cuore della bellissima metafora che esso contiene. E se, di primo acchito, dentro di me aveva iniziato a crescere il seme di un concetto ben più semplificato dell’uomo che conosciamo, ovvero animalesco, con i propri istinti e con i propri bisogni, in seguito mi fece tornare con i piedi per terra e mi fece riflettere su quello che potevo fare, nei limiti morali, per avere un’esistenza più soddisfacente, più emozionante, più vicina a quel concetto di libertà “Durdiano” che purtroppo nessuno potrà mai provare. Insomma, dovevo fare qualcosa.
Se il mondo non è un bel posto, sicuramente noi non lo aiutiamo ad esserlo. La prima regola, del mio Fight Club, fu rimuovere le persone tossiche. Quelle a cui regali le chiavi della tua cella, sbracciando e umiliandoti nel tentativo di elemosinare anche solo un briciolo d’attenzione. “In gabbia non ci vado”, come diceva la Myss, né tantomeno per un’altra persona, che non sa apprezzarmi per quella che sono, portandomi a fingere di esserne un’altra. Accetto di essere questa, prendere o lasciare. Insomma, fuori dalle palle.
La seconda regola fu quella che temevo di più, quella che spaventa la maggior parte delle persone, la regola più punk mai esistita: Iniziare a vedere la “massa” come massa, come gruppo a cui non appartieni e non sei mai appartenuta, alla quale hai regalato almeno 25 anni della tua vita, nella continua rincorsa di un’omologazione e perfezione che non ti apparteneva e che hai sempre sentito come un macigno sulle spalle. Era arrivata l’ora di tagliare il cordone ombelicale con la definizione di “mondo”, di società, la stessa che si porta dietro quella scia fastidiosa di giudizi e stereotipi, maldicenze, eccetera eccetera. “Tu non sei il tuo lavoro, non sei la quantità di soldi che hai in banca, non sei la macchina che guidi, né il contenuto del tuo portafogli, non sei i tuoi vestiti di marca. Sei la canticchiante e danzante merda del mondo!”. Grazie, Tyler. Tu sai chi sei, il resto non conta un bel niente. Fustigatemi, fucilatemi, ma io andrò a dormire lo stesso, e, a differenza di tanta altra gente, sarò capace di guardarmi ancora allo specchio, felice di quello che vedo. Zacccc. Grazie e arrivederci.
La terza e ultima regola del mio cazzutissimo Fight Club, fu la più difficile, forse l’essenza finale del film.
Liberarmi da me stessa. Dai miei giudizi, dalle mie insicurezze, dal mio passato, dalle mie ferite, dalle mie paure. Prendi tutto e butta via, butta via, butta via!!! Quella roba li è inutile, ed è pesante. Un peso morto, che ti porti sempre appresso, e che, ormai, non hai più il potere di modificare.
In realtà questa regola non è come le altre. Questa dura per sempre, ma è strettamente collegata alle altre due, ci si sposa così bene che mi chiedo se in realtà la società non sia un semplice riflesso, distorto, di quello che pensiamo di noi stessi. Se lo facciamo tutti, ecco che accade il misfatto. La società c’è, ma non esiste, è solo una protezione di una proiezione di una proiezione, eccetera eccetera.
La liberazione, la perdita, non fu facile. Quindi salii sul piano più alto del grattacielo e mi misi una pistola in bocca. Non avevo voglia di sparare, volevo solo minacciarmi, mettermi con le spalle al muro, farmi paura. Sentivo l’adrenalina scorrermi tra le vene, alimentata dall’eccitazione di avere un piede già nell’Eden, che rendeva tutto più teatrale di quanto potesse già essere.
Ho un debole per le voci fuori campo.
“Lasciati andare”, mi dico. “Abbi il coraggio di essere chi sei, sboccia, perditi.”
Che ho da perdere?
Quando elimini il veleno al di fuori, poi dopo devi fare i conti con quello che c’è dentro. Ed è tanto, più di quello che pensavi.
Norton diceva: “Perdere ogni speranza era la libertà”. Lo feci anch’io, cercando di prendere tutto più alla leggera, fidandomi solo di me stessa, rendendo conto solo a me stessa, provando ad essere la vera me stessa. Per me fu quella la speranza che abbandonai. Abbandono di essere un’idea. Resetto, per tornare da capo. Semplifico.
Si potrebbe riassumere con una semplice parola: “Fanculo”.
Questo è essere liberi. Non è scorrazzare nei campi di grano, sotto al sole, canticchiare sotto la doccia, spaccarsi in discoteca, avere i soldi.
Accetto di essere chi sono. Questo è essere liberi.
E allora mi spoglio e abbraccio il mio Essere.
L’ho combattuto per tutta la mia vita, per poi capire che era l’unica cosa che stavo realmente cercando.
E allora si, mi piace che non dormi mai, mi piace che un vestito vale l’altro, mi piace la tua incostanza e la tua dannata dote artistica che non sai come sfogare. Mi piace che ti disegni quando non vuoi parlare, mi piace che sei felice e che, un attimo dopo, vuoi cadere nel tuo buco. Mi piace che non hai bisogno di nessuno, ma che, allo stesso tempo, hai un disperato bisogno d’amore. Mi piace che agisci sempre d’impulso, mi piace che ti butti a occhi chiusi, mi piace che danzi nel vortice. Mi piace che sei emotiva, mi piace che sbraiti quando vuoi farti rispettare, e mi piace che scrivi poesie d’amore senza amare.
Mi piace come sei diventata libera.
Mi piaci, Vale.
Mi piaci tanto.

“Ogni sera morivo e ogni sera nascevo di nuovo, resuscitato.”
Fight Club, 1999

No Comments

Post A Comment

Iscriviti alla Newsletter