LUNA CRESCENTE – Pensieri nella stanza rossa e nera

LUNA CRESCENTE – Pensieri nella stanza rossa e nera

Vorrei poter colorare tutto di nero, come nei film. Si, tipo che mentre cammino, mentre avanzo, lo sfondo diventa sempre più scuro. Vorrei avere un pennello per poter dipingere tutto quello che mi passa accanto. Vorrei che lo sfondo si accorgesse di me, del mio passaggio. Vorrei che non avesse scelta se non adattarsi a me, come se non potessi restargli indifferente.
Vorrei che ogni cosa che toccassi diventasse nera.
Vorrei che fosse sempre così.

* * *

Nella luce rossa delle mie lampadine, immersa nel buio, mi alzo di colpo.
Non riesco a dormire neanche stanotte, mentre inizio a sentire le solite vampate di calore. Non ho ancora capito se è colpa dello stress.
Boh.
Partono dal collo, poi sfociano nelle braccia. Sento la spina dorsale sudata, la schiena calda, quindi mi tolgo la felpa nera e la getto a terra. Svapo un po’. Mi mancano le sigarette, ma sono anche contenta così. Devo esserlo, me lo sono promessa.
Guardo il soffitto rosso e mi sento a casa, nel cuore della notte. Sono le 3:30, voglio dormire ma mi sento sveglia. Ho aspettato tutto il giorno che arrivasse la notte, e forse anche lei. Tutto tace, solo il rosso delle mie luci riesce a toccarmi davvero. E lo fa.
Vorrei che fosse sempre così.
“Odio essere così”.
Mentre lo dico, la frase mi colpisce in testa come fa un’idea brillante. Lascia l’eco, quello che mi basta per tracciare il filo rosso dei miei pensieri, quello che mi basta per andare nel mio posto, e per tornare.
Il mio posto è nero, e a volte mi vergogno che mi piaccia. “Forse ho qualcosa che non va”…. Ma non mi sento minacciata. In fondo, il nero non è solo un colore, non per me. L’altra sera ne ho cercato il significato, ho letto solo puttanate. Depressione, tristezza, oscurità. Ma io non mi sento così. Credo sia calore. Questo è quello che mi trasmette. Calore profondo. Mi sento avvolgere e io mi lascio prendere. Una volta, un ragazzo, mi portò in una libreria a leggere il significato del mio giorno di nascita. C’era scritto che ero una persona “oscura”, e mi capita spesso di ripensarci. Ci sto male. Non sono cattiva, anche se a volte pure io l’ho pensato. Forse sono fatta così.
Ho sempre avuto l’idea che il bianco fosse il colore della paura. Il mio terapeuta dice che non sopporto non avere una reazione, un riscontro, dall’altro o, in questo caso, dallo sfondo. Ora che ci penso, nel mio libro ho definito così la mia malattia. Bianca, un grande buco bianco. Senza forme, senza profondità, senza reazione, senza niente. Il bianco non mi trasmette niente, e il niente mi evoca paura, freddezza, distacco emotivo. Sarà per questo, o forse no, che non riesco a non personalizzare ogni oggetto che mi passa tra le mani. Lo faccio anche con la mia pelle. Soprattutto se bianco. Non riesco a concepire qualsiasi cosa che non abbia una storia. Mentre ci penso, alzo la testa per ammirare il quadro che ho dovuto per forza sbombolettare. Ci parlo, sbuffando un po’ di fumo bianco verso il soffitto. Quando svanisce, abbasso la testa e continuo a camminare sul filo rosso, faticosamente tessuto dalla mia insonnia. Un quadro, una persona, un muro, uno spazio. Non voglio vedere nulla di vuoto attorno a me.
E allora esagero e lo copro con tutto quello che mi piace. Per poi cambiarlo ancora, finché non renda giustizia al nero che sento dentro. Sento l’esigenza di coprire tutto quello che non ho voluto io, tutto quello che non ho deciso io. Lo sto facendo anche ora, mentre scrivo su questa pagina bianca, sporcandola di me, rendendola unica.
Creo una protezione tra me e quel bianco minaccioso, come se impedisse alle pareti di restringersi così tanto da incastrarmi dentro. Creo un posto dove una complessata come me può stare bene. Ma non va mai bene. E allora sposto i mobili continuamente, provando a incastrarmi perfettamente con quello che sento dentro, prendendo le misure, così variabili e così sfuggenti. Non le troverò mai, ma non smetterò mai di provarci
Qui dentro c’è tutto quello che sono. Oltre quella porta scritta, oltre quei tappeti grandi, oltre a quegli adesivi scuri, oltre a quelle tende nere, oltre quella luna, c’è un sole tiepido, un raggio solare che attraversa tutto e buca il vetro. Nasce qui dentro e illumina tutto. Si genera da solo, ripetutamente. Il mio è un nero che illumina tutto, che colora tutto di dolore vissuto, come un tatuaggio. Coloro una storia che mi porto sempre dietro, una coccarda di raso lucido per ricordarmi che sono stata più forte io. Uno scudo per difendermi dal bianco di cui è fatto il mondo.
Faccio un tiro e lo sbuffo nel buio.
“E’ ora di dormire.”
Sono un libro nero che racconta una storia, la mia. Una storia divisa in tante vite, racchiuse in bunker sotterranei, abitati da tanti personaggi e colorata da tanti lutti. I miei.
In fondo, sono morta 9 volte.

* * *

Ci ho messo tanto tempo ad arrivare a te, Valentina. Valentina tutta scura. Quando cammini si voltano tutti, ma tu ti senti grande così. Sei protetta da quegli strati scuri che ti si appoggiano addosso, mentre cammini sola nei tuoi pensieri. Ti senti inattaccabile, in quelle scarpe minacciose. E ogni volta che cammini ti osservo da fuori, mentre guardo i tuoi vestiti adattarsi ad ogni tuo singolo movimento, accompagnandoti ogni volta che giri la testa per controllare di non essere seguita. Non c’è nessuno dietro, stai tranquilla. Lo so che ti piace sentirti più alta, e lo so che ti senti più bella quando indossi le scarpe enormi. Ti piace che le persone ti stiano lontano, ma ti piace anche quando ti sorridono. Chissà che cosa vuoi…Ci hai messo tanto ma poi sei tornata, sei tornata a quello che hai sempre dovuto essere.. Sei tornata sulla prima strada che avevi imboccato, tanto tempo fa. Ti vedo, mentre ti senti bella così, mentre scegli con cura i tuoi vestiti da guerriera, da quell’armadio che tanto vuoi pitturare. Ti vesti da guerriera perché sai di esserlo. Ti vesti di nero per raccontare una storia che non ti lascia mai, una storia che, oramai, hai deciso di accettare.

Image Credit: artist: Esther Sarto – “Untitled”

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